Migritude: le parole non dette
By Giulia Angeletti at 5 October, 2008, 8:10 pm
Non me la voglio tirare, ma il festival di Internazionale è stato proprio bello. Non sapevo da dove iniziare, e allora il modo più semplice mi è sembrato quello di riportare un pezzo della performance poetica dell’artista indio-keniana Shailja Patel. Sul palco è stata formidabile: con la sua camicia dai colori sgargianti e un foulard fucsia tra le mani ha espresso a chiare lettere tutta la rabbia accumulata in anni e anni per il trattamento a cui è stata sottoposta per essere stata una migrante. Eccone un breve pezzo (da leggere attentamente) :
“Noi migranti ci vestiamo troppo bene. Ci importa troppo come appariamo ai vostri occhi. E poi naturalmente non ci azzecchiamo. Dovremmo invece sforzarci di apparire come se non ce ne fregasse proprio niente. Arriviamo bardati in maniera ridicola, portando regali complicati, siamo grati in maniera troppo formale. Ci facciamo piccoli, senza mostrarlo, vergognandoci per voi quando vi servite per prime, non offrite da bere o da mangiare agli ospiti, mangiate prima di noi senza condividere e ci insultate senza rendervene conto”.
“Assorbiamo informazioni senza fare domande, perché le domande possono essere pericolose. Possiamo dare nell’occhio facendo domande, ci possono costare il lavoro, il visto, la vita. Osserviamo e capiamo. Cerchiamo di soddisfare gli altri. Non ci lanciamo delle conversazioni. Non vi contraddiciamo per non farvi fare brutta figura. Voi questo lo scambiate per mancanza di sicurezza intellettuale”.
Per chi fosse interessato ho la fotocopia del testo intero.
… a me pare, molto spesso, che il migrante sia uno che può o si è permesso il lusso di fare il migrante.